La donna e lo sport: tempo e storia

Lo sport, sin dagli albori, è sempre stato appannaggio dell’universo maschile, sia per cultura che per il collegamento delle varie discipline a concetti di forza e di fatica, in netta antitesi con quelli di grazia e gentilezza, ben più legati alla donna.

Così è stato per secoli sebbene, nell’illuminata Grecia laddove lo sport e la ginnastica sono nati, ero previsti dei giochi riservati al mondo femminile: gli “Heraia”, in onore di Hera, la Dea moglie di Zeus.

I primi giochi olimpici ad esse dedicati risalgono al 776 a.C.: sebbene considerati minori, concedevano alla donna la possibilità di dimostrarsi matura e pronta alle nozze.

Simbolica la partecipazione, più simile a un rituale, si concretizzavano in una corsa di circa 145/160 metri.

E la facoltà, per le fanciulle, di praticare sport all’epoca si ritrova anche nelle parole di Omero:

Nausicae in mal tolse la palla, e ad una / delle compagne la scagliò: la palla / desviassi dal segno cui valeva, / e nel profondo vortice cadè /

(“Omero canto VI, trad. Pindemonte, libro VI v.v. 169 e succ, Firenze).

La prima donna a vedere il proprio nome nell’albo delle Olimpiadi è spartana: Cinisca, figlia del re Archidamo, vincitrice di ben due corse dei carri, nel 396 a.C. e nel 392 a.C.

Non di rado, le donne Spartane erano vincitrici di competizioni olimpiche: questo grazie alla preparazione fisica, che spesso avveniva in condizioni promiscue e di parità con gli uomini, nonché alla pratica della nudità, che permetteva loro di essere più agili.

Sparta è sempre stata un mondo a sé, difatti nel resto della Grecia le ragazze, comunque, non erano incentivate alla pratica di sport.  Man mano che questo assumeva contorni sempre più violenti, già  durante l’Impero Romano, l’estromissione era via via più crudele e forte, riservandone la partecipazione al cromosoma Y.

Il Cristianesimo, che riteneva lo sport come una pratica pagana, addirittura lo aborriva tanto da ottenere l’abolizione dei Giochi da parte dell’Imperatore Teodosio.

 

La ripresa dei giochi

Solo secoli e km dopo, circa nell’800 e nei palazzi francesi e inglesi, riaffiora la possibilità per le nobildonne di cimentarsi in giochi in movimento: il Badminton fra tutti (si pensi, addirittura, a Lady Marian nel celeberrimo cartone Disney su Robin Hood, che lo pratica liberamente qui ).

Per quanto al giorno d’oggi il mondo sia pieno di atlete, paradossalmente la riapertura dei Giochi Olimpici da parte di Pierre de Coubertine prevedeva, andando a ritroso nell’evoluzione femminile, che le donne fossero solo delle “vallette”, pronte a incoronare i vincitori

Aux Jeux Olympiques, le rôle des femmes devrait être surtout de couronner les vainqueurs

Mai avremmo pensato che un uomo illuminato, fervente sostenitore del valore pedagogico del movimento e dello sport, che aveva istituito il C.I.O. (Comitato Olimpico Internazionale) scivolasse su una tale buccia di banana!

E, a differenza delle donne spartane, quelle più moderne avevano quasi l’obbligo di vestire con indumenti vaporosi e tutt’altro che consoni al movimento: la libertà di sperimentarsi anche in tal senso è arrivata solo molto tempo dopo, riconoscendone l’utilità.

Tuttavia i primi passi del movimento femminista hanno coinvolto anche l’ambito sportivo: ex multis, nel 1896 la greca Stamàta Revithi si iscrisse con lo pseudonimo Melpomene alla maratona della prima edizione delle Olimpiadi; sfortunatamente venne rifiutata, ma lei, testardamente, vi prese parte pur venendo fermata prima dell’arrivo.

Un piccolo passo per l’uomo (pardon: la donna) un grande passo per l’umanità” (cit.), dato che da allora altre storie, alcune più fauste di quella, ne son seguite!

Donna, nonché italiana, la prima persona, Ida Nomi, maestra di ginnastica, a proporre “la palla al cerchio”, traduzione di nome e regolamento del basket.

Addirittura, nel 1922, si tennero i primi Giochi Olimpici Femminili in opposizione ai veri Giochi Olimpici, che tanto spaventarono il CIO, da richiedere alla fondatrice, Alice Milliat, di rinunciarvi in favore di un’apertura maggiore nei confronti delle donne, all’interno del panorama Olimpico.

In Italia un ulteriore esempio di lungimiranza, nonostante il resto, lo diede il partito fascista, La donna sportiva è ammirata e appoggiata da alcuni intellettuali fascisti, fautori del concetto di uomo forte, cui si accostava necessariamente una donna forte.

I casi da addurre sono molteplici e non avrebbe quasi senso citarli: significherebbe dover rendere conto di quanto, la donna, sia capace di competere, di battere e di concorrere con l’uomo anche sul campo sportivo. Certo: gli uomini conservano capacità fisiche diverse, forse maggiori, ma non per questo la donna merita ancora di essere discriminata.

Ma, invece, ciò che ci si auspica è che queste motivazioni non debbano più essere rese note, ma che vengano finalmente assimilate e considerate “banali; ovvie”.

E ciò vale per ogni disciplina: l’odierna apertura mentale, purtroppo, penalizza ancora le ragazze in molti giochi quali, indubbiamente, il calcio che noi rappresentiamo.

Anzi: molte culture, invero, seguitano a proibire la pratica dello sport alle fanciulle o a vestire adeguatamente, restando indiscussa l’utilità di un abbigliamento consono nonché comodo per le prestazioni richieste.

Le evoluzioni dicono siano lente. Si spera anche inesorabili e che, prima o poi, possa riconoscersi non la parità, ma l’uguaglianza ad entrambi i sessi, definendola come la medesima possibilità data a entrambi, di agire e di sperimentarsi alla stessa maniera, in tutto ciò che più aggrada loro.

Ad majora, donne!

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